“Andai dal professor Carmine Benincasa per chiedergli il numero di telefono...”. E’ questa la “verità” di Antonino D’Errigo esaminato ieri dal pubblico ministero della Dda Maria Cristina Palaia, davanti al collegio del Tribunale di Latina presieduto da Lucia Aielli (giudici a latere Valentina Valentini e Mara Mattioli), nell’ambito del processo Damasco 2.L’imputato, a giudizio per associazione mafiosa, secondo la ricostruzione della pubblica accusa si sarebbe recato a Roma dal professore di storia dell’arte Benincasa, su mandato di Venanzio Tripodo, per estorcergli del denaro a compensazione di una presunta truffa subita da Franco Peppe. Una sorta di “recupero credito” per conto del “compare” confermata dal tenore delle conversazioni intercettate. In una telefonata intercorsa tra Benincasa e Tripodo, il professore avrebbe detto all’altro che la visita di quel tizio con i suoi scagnozzi non gli sarebbe affatto piaciuta. Ma ieri D’Errigo, assistito dagli avvocati Giuseppe Lauretti e Carmela Massaro (in sostituzione di Maria Antonietta Cestra) ha fornito una versione completamente diversa. Ha detto di essere andato a Roma con due paesani perché Venanzio gli aveva chiesto di recuperare il numero di telefono di Benincasa perché non riusciva a mettersi in contatto con lui, ma che una volta giunto all’indirizzo indicato dallo stesso Venanzio - in quei giorni in Calabria - la segretaria gli aveva detto di ripassare più tardi perché il professore non c’era. A quel punto D’Errigo ha detto, ieri, di aver telefonato a Venanzio per sapere se doveva ripassare dal professore più tardi o se poteva andare via e che Venanzio gli avrebbe detto di lasciare stare e di rimettersi in viaggio. In quanto alla telefonata tra il professore e Tripodo intercettata, D’Errigo ha detto di non sapere e che probabilmente non parlavano di lui. L’esame di D’Errigo ha riguardato anche la sua conoscenza con i coimputati Venanzio e Carmelo Tripodo negando di averli conosciuti sin da piccolo, il coinvolgimento nell’inchiesta Pizza Connection finita per lui con un’assoluzione e la storia della sua famiglia, con un padre in carcere per anni e poi morto ammazzato.
Dunque l’udienza è proseguita con l’esame dell’imputato Igor Catalano, assistito dall’avvocato Domenico Oropallo. Catalano, accusato di associazione mafiosa con alcuni degli altri imputati del maxi processo ha risposto, su domanda dell’avvocato Angelo Palmieri, di non aver mai conosciuto Alessio Ferri e Vincenzo Biancò e di aver conosciuto Antonio Schiappa solo dopo l’arresto. Nato in Svizzera, da madre fondana, Catalano ha riferito di aver sempre frequentato Fondi, da bambino nel periodo estivo anche quando i suoi genitori si trasferirono dalla Svizzera a Reggio Calabria e da adulto per aver scelto la città come luogo di residenza. Insomma, giunto a Fondi, appena maggiorenne, Catalano ha raccontato di aver trovato lavoro al Mof, presso l’azienda di Franco Peppe dove ha conosciuto Venanzio Tripodo. Secondo l’accusa Igor Catalano è accusato di aver fatto un viaggio a San Giuseppe Vesuviano con Giuseppe Illuminato - unica parte civile nel processo Damasco 2 oltre la Regione Lazio e i consiglieri comunali di Fondi Bruno Fiore e Vincenzo Trani - allo scopo di recuperare documenti relativi ad un giro di compravendita di automobili cedute per un pugno di mosche. Catalano ha negato questa circostanza, sostenendo di aver visto una sola volta Illuminato presso un’autofficina di Fondi. Da lui avrebbe voluto acquistare una Renault Clio, ma di non aver più concluso l’affare perché i documenti sarebbero arrivati tre mesi dopo l’acquisto. “Mio padre mi consigliò di lasciare perdere e io alla fine comprai un’auto nuova da un concessionario”. L’esame si è poi dilungato sulle ragioni del suo licenziamento dalla ditta di Franco Peppe. Questa la versione dell’imputato: “Lavoravo troppo e quando ho trovato un’altra opportunità presso una fabbrica di ascensori mi sono licenziato comunicandolo preventivamente all’azienda di Peppe”. Il Pm gli ha invece contestato i verbali redatti nel corso delle indagini preliminari in base ai quali avrebbe riferito di essersi licenziato perché qualcuno gli aveva fatto pressioni relativamente ad una causa tra l’imprenditore Giuseppe Ferraro e il suo datore di lavoro. Catalano a tal proposito ha sostenuto che all’epoca della verbalizzazione aveva capito male la domanda, che credeva che fosse ipotetica. Del tipo: “Se ti avessero detto ciò che avresti fatto? Mi sarei licenziato. Ma nella realtà nessuno mi ha fatto questioni sul caso Ferraro”.
La giornata di ieri si è conclusa con l’ultima parte del controesame a Riccardo Izzi da parte della difesa. Per un’ora e mezza l’ex assessore ai lavori pubblici del Comune di Fondi ha risposto alle domande dell’avvocato Gustavo Pansini relativamente ai tempi necessari ad un ente pubblico per la liquidazione delle fatture e ai rapporti con il senatore Claudio Fazzone. Izzi ha riferito rispetto al tema delle fatture che molto dipende dal patto di stabilità, dagli impegni di spesa e dalla disponibilità sul determinato capitolo di spesa. In quanto a Fazzone, l’ex assessore ha parlato di un rapporto idilliaco... fino a un certo momento. Fino a quando il senatore non avrebbe preferito nel Comune di Fondi un altro interlocutore.
Si torna in aula domani per l’esame di Carmelo Tripodo.
Articolo
a cura di R. Cammarone - La Provincia
pubblicato il 08/06/2011 Ore 12:08